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VICTORIA DE LAS IDEAS ...Lo specchio dell’incongruente realtà cubana PDF Stampa E-mail
Scritto da Rosa Bianca Pelli   
Giovedì 04 Febbraio 2010 21:14


La prima cartolina dal mondo porta stampigliato sul retro,

 chiaro e leggibile, il timbro postale dell’Havana, la seducente capitale caraibica.
L’insegna rettangolare, gialla con contorno azzurro, indica in Calle Empedrado, una strada  angusta e spoglia, al n° 207, nella Habana Vieja, l’ingresso a La Bodeguita del Medio, uno dei locali più famosi della città, celebre per il delizioso cocktail, il mojito, (pare proprio che nessuno sappia farlo bene come gli abili barman che mescolano gli ingredienti dietro il bancone del noto bar) e per un suo affezionato cliente: Ernest Hemingway.



L’aria è umida e appiccicosa e questo vicolo della città vecchia sembra quasi sottrarsi al vento caldo e carezzevole che dal Golfo del Messico soffia su tutta l’isola per 365 giorni l’anno.
Lungo la via alcuni dipinti, in vendita per pochi pesos convertibili, riproducono la strada stessa e il rinomato locale, facendo perdere al passante la percezione dello spazio e del luogo e rendendolo quasi comparsa inconsapevole delle variopinte riproduzioni su tela.



Entrando nel locale,  il colpo d’occhio è ad affetto. Un tetto verde in legno e il piano superiore a vista riproducono, in pochi metri quadri, tutta l’anima e lo spirito di Cuba.  Qui si sono incontrati molti artisti famosi, come Marlene Dietrich, Gary Cooper e Errol Flynn il quale lo definì, simpaticamente, uno dei migliori locali “to get drunk”, cioè dove sbronzarsi.
Queste celebrità hanno lascito alla Bodeguita un ricordo fotografico del loro passaggio e oggi autografi, dediche e foto adornano e ricoprono completamente, insieme a quelle dei turisti, le pareti interne, contribuendo a fare della Bodeguita un locale davvero leggendario.



L’odore aspro del lime unito a quello pieno ed aromatico del rum e  l’intenso aroma di un Cohiba stretto tra le dita di un turista sprigionano una fragranza dolciastra e gradevole; una ragazza snella e suadente, dalla pelle scura e lunghi capelli neri che lambiscono le spalle, in short di jeans e T-Schirt rosa viene contesa da clienti e passanti mentre  la musica di un combo, uno di quei gruppi di musicisti che, al suono delle chitarre e delle percussioni, intonano le più note canzoni popolari dell’isola scandiscono, nelle oziose giornate havanesi ciò che a Cuba non vale niente: il tempo.
La musica è coinvolgente e contagiosa, nessuno dei presenti resiste al ritmo vorticoso del suono caraibico, tutti ballano e bevono sotto l’occhio vigile e rassicurante del grande Hemingway, raffigurato in un dipinto a mezzo busto posto in una posizione dominante e ben visibile accanto ad uno scatto in bianco e nero del Che.



 Nell’atmosfera inebriante ed euforica effusa dalla Bodeguita uomini e donne danzanti sembrano voler dimenticare  la difficoltà di fare la spesa e la fame cronica, la lotta per leggere le vere notizie tra le righe del giornale di partito, la convivenza forzata della propaganda che si insinua nei media, nelle piazze, nelle scuole; la nostalgia per i tanti che sono fuggiti e la delusione per tutti quelli che hanno smesso di credere nel futuro, e nell’efficienza castrista.
Dall’alto della sua saggezza Hemingway sembra voler proteggere e vegliare su quegli uomini e quelle donne  a cui nessuno mai, forse, ha avuto il coraggio di spiegare che, quella che loro definiscono, con un termine gentile e ossequioso, essere una “democratia particular”, dalle nostre parti porta il nome, ben più ruvido e severo, di dittatura.
L’ultimo mojito e la notte inghiotte l’ultima goccia di un quotidiano stillicidio di dolore e disillusione.
Un’altra alba arriverà e porterà con sé nuovi sogni, nuove illusione, nuove utopie.

Ultimo aggiornamento Martedì 04 Maggio 2010 09:41
 
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Martedì, 07 Settembre 2010

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